Giocare con gli FPS per un’ora al giorno migliorerebbe la vista del 20%. Sono le conclusioni di uno studio pubblicato sul numero di gennaio della rivista "Psychological Science“, a cura di un gruppo di ricerca afferente all’università di Rochester (USA).
La notizia è stata ripresa da diversi media, incuriositi dai risultati veramente particolari. Anziché confermare la tradizione popolare, secondo cui abusare dei videogame farebbe perdere diottrie, lo studio di Daphne Bavelier e Shawn Green dimostra invece che l’esperienza videoludica, con particolare riferimento al genere FPS, stimola i percorsi neurali legati alla visione ad adattarsi al ritmo frenetico di gioco.
L’esperimento ha coinvolto due gruppi di volontari che nell’ultimo anno non aveva giocato molto ai videogame. Al primo gruppo è stato chiesto di cimentarsi a Unreal Tournament, mentre l’altro a Tetris, meno complesso dal punto di vista grafico. Dopo un mese dall’inizio dell’esperimento, solo il primo gruppo ha avuto un miglioramento della vista statisticamente significativo.
Non si tratta di un fatto di poco conto. Gli stessi ricercatori hanno evidenziato l’importanza dei risultati che, oltre a far luce su alcuni aspetti dell’approccio visivo nella vita quotidiana, aprirebbero la strada a nuove terapie coinvolte nella riabilitazione dei pazienti affetti da disturbi e patologie oculari. Nel futuro si potrebbe dunque pensare a videogiochi di riabilitazione, per costringere i tessuti neurologici danneggiati a riorganizzarsi in un contesto videoludico "stressante", quale potrebbe essere quello di un FPS.
Che il gioco, nelle sue componenti fondamentali, sia stato spesso alla base di processi riabilitativi è abbastanza noto, non solo agli operatori sanitari. Ma da tale ambito erano esclusi, a parte alcuni casi, proprio i videogame, a causa dell’impegno di energie che mal si adattava al periodo di convalescenza di un paziente.
Lo studio pubblicato su Psychological Science sembra aprire però un dibattito sui videogiochi nel contesto medico e sui loro campi applicativi, tanto che non ci sarebbe da stupirsi se venissero pubblicati, prossimamente, altre ricerche simili che puntualizzassero sia sui possibili effetti benefici che sugli effetti deleteri.
