Sarà un Natale all’insegna della responsabilità per quanto riguarda l’acquisto di videogames, un giro d’affari che solo nello scorso anno ha superato in Italia i 700 milioni di euro.
O almeno così promettono l’Associazione Editori Software Videoludico Italiana e il Ministero delle Politiche Giovanili, che proprio in questi giorni durante una conferenza a Roma hanno presentato la campagna informativa sul sistema PEGI (Pan European Games Information).
Vediamo brevemente, per chi non avesse le idee chiare in proposito, di che cosa si tratta.
Il PEGI è un sistema di valutazione, valido su tutto il territorio europeo, utilizzato per classificare i videogames in base ai criteri d’età consigliata e di contenuti potenzialmente dannosi.

Le indicazioni sono riportate sulla confezione di qualsiasi gioco e la loro lettura è molto chiara e subito esplicativa. Per capire qual’è l’età minima consigliata di un titolo è riportato un bollino del tipo 3+, 7+, 12+, 16+, 18+.
Per quanto riguarda i contenuti invece, altri simboli hanno il compito di segnalare la presenza di violenza, linguaggio scurrile, paura, sesso, droghe, discriminazione e gioco d’azzardo.
Una piccola riflessione…
Se esiste un sistema tanto accurato quanto importante, per tutelare alcune fasce di acquirenti e giocatori (ad esempio i più piccoli), perché le software house continuano a veder “mutilati” i propri videogames dalla censura?
Se un gioco davvero fosse caratterizzato da scene molto forti (vedi il caso di Manhunt 2) non basterebbe applicare il bollino 18+ e quelli indicativi dei contenuti ritenuti pericolosi?
O forse il PEGI è un sistema che, sebbene pensato con le migliori intenzioni, una volta che i prodotti arrivano sugli scaffali, mostra tutti i suoi limiti?
