Il museo dei coin-op sovietici

I coin op sovietici tornano in vita

Ha da poco celebrato il suo secondo compleanno il Museo delle macchine arcade sovietiche, un vero e proprio gioiello di creatività, amore per il passato, ingegno e arte. Questa mega esposizione permamente, che sta cercando di ottenere un reale riconoscimento come museo ufficiale e che è alla ricerca di locali più idonei ad ospitare tanta grazia tecnica del passato, è l’opera di anni di lavoro di alcuni nostalgici ragazzi russi che hanno voluto far rinascere le loro memorie recuperando quanti più possibili coin-op made in Russia, risistemandoli e catalogandoli in dettaglio in un’area ora accessibile al pubblico.

L’idea del gruppo guidato dal ventisettenne Alexander Stakhanov, studente di economia, era quella di aprire uno spazio per far riemergere le belle memorie dei tempi andati: “Noi ci ricordavamo della nostra gioventù e dei giochi con cui giocavamo, quindi c’è venuta questa idea. Non è stato facile rintracciare le macchine e la maggior parte comunque non funzionava”.

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Operation Wolf: uno dei precursori degli shooter moderni

operationwolf.jpg

Nel 1987 Taito pubblicò Operation Wolf, uno dei primi coin-op sparatutto (con tanto di mitragliatrice) di grande successo di pubblico e dalla straordinaria giocabilità. La grafica non era certo strabiliante, così come l’intero comparto tecnico, ma il gioco portava un grandissimo coinvolgimento al giocatore grazie soprattutto ad un’azione frenetica e mai asfissiante.

In Operation Wolf il protagonista era un militare dell’esercito statunitense che doveva infiltrarsi in una base nemica, conquistando sei aree strategiche con lo scopo di liberare i prigionieri segregati in una postazione segreta. L’equipaggiamento del protagonista consisteva solo in un mitragliatore (con proiettili limitati) e qualche granata, e dunque il fattore della qualità della mira era determinante.

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La straordinaria qualità di Space Harrier

immagine di space harrier

Uno dei più bei titoli del geniale programmatore Yu Suzuki (che per oltre vent’anni è stato la mente dietro a molti dei titoli Sega più importanti) è stato senza dubbio Space Harrier, un videogame arcade dell’ottobre 1985 che fece davvero epoca, diventando popolarissimo del genere degli sparatutto a scorrimento fantascientifici.

Progettato per un hardware specifico (un doppio processore MC68000), il gioco rappresentò lo stato dell’arte grafico per quel tempo, grazie ad una grandissima serie di effetti visivi, esplosioni e vari mostri di ogni genere. La giocabilità era quella classica degli action dell’epoca, anche se presentava la particolarità di un eroe volante inquadrato da dietro. Lo scorrimento in avanti era una difficoltà in più, dato che aumentava esponenzialmente l’attenzione alla partita e ciò, unito ad una estrema velocità dello scrolling, imponeva velocità e frenesia con il joystick per sparare ad ogni cosa si muovesse innanzi.

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La Sega e lo sfruttamento commerciale delle proprie origini

Sega e lo sfruttamento del passato

Sega è un marchio storico del mondo videoludico. Fondata nel 1940 ad Honolulu nelle Hawaii, Stati Uniti con nome di Standard Games, la società era stata pensata dai pionieri Martin Bromely, Irving Bromberg, e James Humpert per offrire degli svaghi elettronici ai tanti soldati americani nelle basi militari. La società americana decise però di seguire il traino del mercato e si trasferì a Tokyo, Giappone nel 1951 e l’anno dopo cambiò il proprio nome in “SErvice GAmes of Japan” (da cui SEGA).

Il lavoro iniziò ad andare bene con i primi coin-op elettromeccanici e dopo la fusione con la Rosen Enterprices (che si occupava di stand fotografici automatizzati) iniziò un successo entusiasmante con la produzione parallela di software, giochi e franchise (come Zaxxon, Out Run, Virtua Fighter, Sonic) e hardware nella forma di coin-op e poi console da casa (MegaDrive, Saturn, Dreamcast) fino a giorni moderni. Dall’abbandono dello sviluppo hardware da casa del 2002 ad oggi, la SEGA si è concentrata su giochi importanti multipiattaforma, ma non ha disdegnato uno sguardo al proprio passato.

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Burger Time: l’esilarante videogame culinario

il pranzo è servito

Nell’Olimpo dei grandi classici che hanno fatto la storia dei videogame, uno dei più strani e divertenti è Burger Time, creato dalla Data East Corporation dell’ingegner Tetsu Fukuda nel lontano 1982. In Giappone il gioco fu dapprima intitolato Hamburger, ma venne poi rinominato Burger Time per la sua esportazione nel mercato USA e occidentale.

Esilarante parodia delle peripezie che un cuoco deve affrontare per “comporre” degli hamburger, il gioco aveva come protagonista lo chef Peter Pepper. Egli doveva salire e scendere attraverso vari piani di gioco per camminare letteralmente sopra alcuni ingredienti necessari a creare un hot dog, in modo da farli cadere nei piatti presenti sul fondo dello schermo.

I nemici presenti erano la parte più esilarante del gioco: si trattava di vero e proprio cibo animato, come Mr. Hot Dog, Mr. Pickle e Mr. Egg, che, in una sorta di “solidarietà” culinaria, provavano in ogni modo ad ostacolare lo chef nel suo compito.

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Shinobi, l’indimenticabile ninja di SEGA

Shinobi

Shinobi, tuttora considerato un classico intramontabile, è indubbiamente uno dei titoli più fortunati fra quelli editi dal colosso giapponese SEGA.

Apparso nelle sale giochi a partire dal 1987, ha mantenuto vivo il proprio successo grazie alle numerose conversioni per le principali piattaforme dell’epoca (come “Atari ST”, “Commodore 64″ e “Sega Master System”, giusto per citarne alcune) e grazie a un flusso costante di sequel che si protrae fino ai nostri giorni.

Includere Shinobi nel genere videoludico dei beat’em up, come invece fecero gran parte delle riviste specializzate in quel periodo, è decisamente fuorviante. Per essere più precisi, potremmo definire il titolo come un Run and Gun, sviluppato su una classica struttura a due dimensioni con scrolling orizzontale.

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Ghost’n Goblins: il maggiore successo fantasy di Capcom

Ghost'n Goblins screenshot

Fra i protagonisti videoludici di quella straordinaria era creativa che sono stati gli anni 80, un posto d’onore va senz’altro a Ghost’n Goblins di Capcom. La menzione è d’obbligo, sia per il grandioso successo dell’epoca, sia per la sua giocabilità. Qualità che che ne fecero subito un must per gli appassionati.

Sviluppato nel 1985 da Tokuro Fujiwara per Capcom (programmatore che poi creò anche l’altrettanto famosa serie Mega Man), il gioco prendeva spunto dalla classica fiaba del cavaliere duro e impavido che deve salvare la bella principessa dal cattivo di turno. Oltre ad una grafica di grande livello per l’epoca, erano le musiche e gli effetti sonori del gioco (opera di Ayako Mori) a garantire un’ottima atmosfera a Ghost’n Goblins. Alcune di esse sono rimaste storiche, come quella del primo livello e quella degli high score finali.

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Sprint: la Formula 1 secondo Atari

super sprint

È il 1976 quando Atari e Kee Games diedero alla luce Sprint, un gioco ispirato alla Formula 1 e pensato per il mondo arcade da salagiochi, dove un volante, un paio di pedali per controllare la nostra vettura e, ovviamente, l’immancabile gettone bastavano per regalarci dei bei momenti insieme ai nostri amici di sempre.

Era essenzialmente un gioco a tempo, ma con qualche particolarità: infatti ci venivano concessi 100 secondi che avremmo potuto incrementare di altri 10 ogni giro di pista completato, oppure avremmo avuto diritto ad un altro bonus, totalizzando 150 punti entro lo scadere del tempo.

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Frogger e Scramble: due classici per Konami

Frogger

Konami nasce nel 1969 da un’idea di Kagemasa Kozuki (tuttora il presidente), Yoshinobu Nakama, Hiro Matsuda e Shokichi Ishihara, i quali crearono la società con l’intento di occuparsi di noleggio e riparazioni di juke box, non certo di videogiochi e infatti la strada del mondo ludico non fu intrapresa prima del 1978, quando furono presentati i primi titoli.

I primi risultati positivi arrivarono un paio di anni dopo, quando fecero la loro comparsa in versione coin op due game che faranno la storia di Konami: stiamo parlando di Frogger e Scramble, entrambi presentati nel 1981 e destinati ad un incredibile successo.

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OutRun, corse pazze anni ‘80

OutRun

Dopo aver rivissuto le fattezze di alcune delle pietre miliari del mondo coin-op,  come Space Invaders, Bubble Bobble, Breakout, Sea Wolf e Centipede, non poteva certamente mancare all’appello un titolo come quello prodotto da SEGA ispirato al settore automobilistico: parliamo di OutRun.

Correva il 1986 quando il videogioco fece la sua prima comparsa in versione coin-op, e fin da subito riscosse un ottimo successo; infatti negli anni a venire, e anche in tempi recentissimi, è stato convertito e riprogrammato per le più importanti console ludiche e computer (Commmodore64, AmstradCPC, Spectrum, ma anche Sega Mega Drive, Dreamcast, Game Boy Advance, XBox e Playstation2).

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Gun Fight, finalmente si spara

gun fight flyer

Nel 1975 la Midway introdusse sul mercato Gun Fight, che oltre ad essere il primo gioco della storica casa americana, fu in assoluto il primo videogame a far uso di un microprocessore al posto dei chip TTL.

Grazie alla CPU a 8-bit Intel 8080 erano possibili nuove dinamiche di gioco, movimenti random, una più efficiente gestione della grafica e delle animazioni.

Gun Fight è ambientato nel vecchio West, due pistoleri si fronteggiano e si sfidano a duello. Il
personaggio controllato dal computer non è certo dotato di intelligenza artificiale ma offre un grado di sfida mai visto prima.

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Hi-Way: “All It Needs Is Wheels”

hiway screenshot

Il successo di Gran Track 10 dimostrò ad Atari che i giochi di guida facevano presa sul pubblico e potevano avere un certo mercato.

Numerosi perfezionamenti e sviluppi culminarono nel mastodontico Indy800: sostanzialmente un Gran Track con supporto per otto giocatori contemporaneamente e una sfavillante grafica a colori.

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